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Dopo il caos in finale di Coppa d’Africa, Pape Thiaw chiede scusa ma riaccende la polemica sul ritiro dal campo, mentre emerge il ruolo decisivo di Sadio Mané nel riportare il Senegal a giocare.
Sadio Mané è stato ancora una volta l’uomo decisivo della Coppa d’Africa, non solo per ciò che ha fatto con il pallone tra i piedi, ma soprattutto per il suo carisma umano. Nella caotica finale tra Senegal e Marocco, l’attaccante è stato colui che ha convinto i compagni a rientrare in campo dopo l’abbandono del terreno di gioco, avvenuto su indicazione del ct Pape Thiaw in seguito a un rigore molto discusso assegnato al Marocco nei minuti di recupero.
Dopo una lunga sospensione, il Senegal è tornato in campo: Brahim Díaz ha fallito il rigore, parato da Édouard Mendy, e nei tempi supplementari Pape Gueye ha segnato il gol decisivo che ha regalato ai “Leoni della Teranga” il secondo titolo continentale della loro storia. Un finale epico, segnato dal sangue freddo e dalla leadership di Mané, ancora una volta simbolo della sua nazionale.
A 33 anni, Mané è molto più di una stella del calcio africano. Autore del gol decisivo in semifinale contro l’Egitto di Mohamed Salah, è considerato un vero e proprio “mago” dal suo popolo, che lo chiama affettuosamente Ballonbuwa. Oggi gioca nell’Al Nassr, dopo aver scritto pagine memorabili con Liverpool e Bayern Monaco, ma il legame con le sue radici non si è mai spezzato.
La sua storia è raccontata nel documentario Sadio Mané: Made in Senegal. Nato a Bambali, Mané ha perso il padre a soli sette anni, in un villaggio privo di ospedali. Cresciuto in una famiglia che inizialmente non voleva che giocasse a calcio, da bambino improvvisava partite con pietre o pompelmi al posto del pallone. Un giorno scappò verso Dakar per inseguire il suo sogno, dando inizio a un percorso destinato a portarlo ai vertici del calcio mondiale.
Dopo gli inizi alla Generation Foot Academy, Mané approdò in Europa grazie al Metz, poi il Salisburgo, il Southampton e infine il Liverpool, dove formò uno dei tridenti più iconici della storia recente insieme a Salah e Firmino. Con i Reds ha vinto tutto, compresa la Champions League 2019. Successivamente il passaggio al Bayern e, dal 2023, all’Al Nassr.
Come Salah, anche Mané ha scelto di restituire molto al suo popolo. A Bambali ha finanziato la costruzione di un ospedale, una scuola, una moschea e altre infrastrutture fondamentali, oltre a sostenere economicamente le famiglie più bisognose. Un esempio di campione umile, profondamente legato alla sua comunità e al suo Paese.
La frase che dà il titolo a questa storia racchiude perfettamente ciò che Sadio Mané rappresenta per il Senegal. Pronunciata da un tifoso nel documentario del 2020, oggi risuona più attuale che mai. Perché Mané non è solo un campione d’Africa: è un simbolo di speranza, leadership e umanità, dentro e fuori dal campo.
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