Osimhen: “Quando arrivai dal Lille a Napoli ero smarrito. Spalletti con me è stato n secondo padre…”

Victor Osimhen, attaccante del Galatasaray ed ex Napoli, è il protagonista del suo personale racconto sulle colonne di Players Tribune, in cui racconta la sua storia dagli inizi in Nigeria, passando per il trasferimento al Wolfsburg e da lì poi gli anni al Napoli prima di trasferirsi al Galatasaray.
“Quando ho lasciato Lille, ero perso. Quando sono arrivato a Napoli, mi sono ritrovato. Devo davvero ringraziare la città, i tifosi e i miei compagni di squadra per avermi rimesso in carreggiata nella vita.
Ricordo il primo incontro che ebbi quando arrivai: dissi all’allenatore, il signor Luciano Spalletti: «Non sto bene. In questo momento sono molto arrabbiato. Molto triste. La mia testa non è a posto». Ma per me è stato come un padre. Quando non facevo qualcosa nel modo giusto, mi prendeva per il collo. Ma credeva in me nel profondo dell’anima, lo giuro. Pensava che potessi diventare il migliore del mondo. Segnavo due gol in una partita e lui veniva da me nello spogliatoio e mi affrontava faccia a faccia. Quando voleva dirti qualcosa, avvicinava la testa alla tua e quasi sussurrava… «Cazzo!! Oggi potevi segnarne 4. Domani ti faccio vedere il video». È divertente, perché dopo il mio arrivo avevamo perso la vecchia guardia. Koulibaly, Insigne, Mertens se ne erano andati tutti. Ma in quella stagione 2022–2023 avevamo preso Kvara, Raspa e Kim Min-jae e tutti pensavano: «Oh! Interessante…». Abbiamo iniziato la stagione giocando in modo così magnifico che dico sempre alla gente che le nonne hanno cominciato a presentarsi al centro di allenamento. A Napoli, meglio vai e più anziane sono le persone che vedi al centro di allenamento. All’inizio solo gli ultras. I giovani. Poi i giovani e i loro padri. Poi il figlio, il padre e il nonno. Ma poi a Napoli, quando sei in testa alla classifica, all’improvviso cominciano ad arrivare le nonne in sedia a rotelle.
Dicendo: «Prego per te, figlio». «Grazie». «Non devi giocare come Diego Maradona. Perché nessuno può giocare come lui. Vogliamo solo che tu corra e sudi per la maglia». Ricordo che avevamo 8 punti di vantaggio in campionato e abbiamo iniziato a pensare: «Ok, ce l’abbiamo fatta».
È naturale. Non scherzavamo mai in allenamento perché il signor Spalletti non lo permette. Ma quel giorno ci sentivamo un po’ troppo sicuri di noi, e stavamo giocando una partitella a campo ridotto, e i ragazzi cadevano, esageravano, urlavano: «Punizione! Arbitro! Ehi!», solo per far ridere tutti.
Spalletti fermò il gioco e disse agli assistenti: «Portate via le porte!».
Lo guardavano tipo: «Cosa?». «Portatele via!!!!». Abbiamo corso per 30 minuti senza palla.
Il giorno dopo, di nuovo risate nello spogliatoio. Andiamo in campo… niente palloni.
«Correte». «Ma mister…». «Correte finché non vi dico stop!!!!!». «Mister, per favore…». «Correte!!!!!».
Andiamo tutti dal capitano, Giovanni Di Lorenzo, e lui dice: «Ragazzi, cosa posso dirvi?».
Così chiediamo scusa all’allenatore, siamo praticamente in ginocchio, e lui non dice niente.
«Cazzo!!!!!! Correte!!!!!». Per due giorni non abbiamo visto una palla. Quando abbiamo rivisto quel bellissimo pallone, avremmo potuto piangere lacrime di felicità. Nessuno ha mai più fatto una battuta.
Non potevamo nemmeno lamentarci, perché in quel periodo il signor Spalletti dormiva nel suo ufficio. Aveva allestito un lettino. Come nell’esercito. Aveva una moglie a casa, ma per cinque mesi ha dormito lì. Ricordo che prima delle grandi partite ci diceva: «Voi ragazzi non capite cosa
succederà se vincete il titolo. Io? Di me parleranno forse per 2 o 3 anni. Ma di voi giocatori parleranno finché sarete vecchi». Tutti mi chiedono sempre del gol che ho segnato l’ultimo giorno, per assicurare lo Scudetto. Beh, è stato un gol. È stato incredibile. Ma giocavamo in trasferta. Non ci siamo resi conto di quello che era successo, e di quello che avevamo realizzato, finché non siamo tornati in città e abbiamo visto l’emozione della gente. Non si può descrivere a parole. La cosa più vicina che posso dirvi è questa… Proprio prima di vincere lo Scudetto, c’era una folla di tifosi fuori dal nostro centro di allenamento. Ho fermato la macchina per stringere loro la mano, e c’era un uomo con suo figlio che teneva in alto il telefono. Voleva mostrarmi un video. Era un video di quando Maradona era lì negli anni ’80. L’uomo non parlava inglese. Aveva le lacrime agli occhi. Ho detto: «Che cosa sta dicendo?». Qualcun altro si è avvicinato per tradurre. Ha detto: «Per 1.000 anni si ricorderanno di te. Quando saremo tutti polvere, si ricorderanno di te». È per questa sensazione che gioco a calcio. Vincere un titolo è una cosa. Ma vincere uno Scudetto per Napoli per la prima volta dopo 33 anni è vera storia. È per questo che scelgo le squadre che scelgo”

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