Messi, ultimo “tango” con l’Argentina

Messi ha giocato la sua ultima partita con l’Argentina: gol e due assist nel 3-0 al Benin. Dall’esordio alle lacrime, fino al Mondiale: la storia della Pulce e il confronto con Maradona.

Forse il calcio non sarà più lo stesso senza Lionel Messi con la maglia dell’Argentina. Perché ci sono giocatori che appartengono a un’epoca e altri che, invece, finiscono per diventare l’epoca stessa. Messi ha salutato la Selección al Monumental di Buenos Aires, davanti a oltre 80mila persone, chiudendo una storia lunga 21 anni con un ultimo regalo: un gol e due assist nel 3-0 contro il Benin.

Non poteva esserci un finale più romantico per la storia della Pulce. Un ultimo tango, come lo ha definito l’Argentina, nel tempio che lo ha visto tante volte incantare, soffrire, sorridere e portare sulle spalle il peso di un’intera nazione. Quando il fischio finale ha sancito la fine, Messi è rimasto lì, quasi a voler fermare il tempo. Intorno a lui i compagni, sugli spalti migliaia di tifosi e nell’aria la sensazione che qualcosa di irripetibile fosse appena finito.

Messi e l’Argentina: una storia cominciata tra le lacrime

E pensare che tutto era iniziato nel modo peggiore. Messi aveva appena 18 anni quando debuttò con l’Argentina nel 2005, ma quella prima apparizione durò appena pochi secondi prima dell’espulsione. Da quel momento sarebbe cominciato un viaggio fatto di gol meravigliosi, finali perse, critiche, cadute e una pressione quasi impossibile da sostenere per un ragazzo che aveva lasciato Rosario a soli 13 anni per trasferirsi in Spagna e inseguire il proprio sogno.

Per anni, infatti, in Argentina Messi è stato amato e discusso allo stesso tempo. Era il fenomeno capace di vincere tutto con il Barcellona, ma con la Selección sembrava sempre mancare qualcosa. Le sconfitte nelle finali, soprattutto quella del Mondiale 2014 e le due consecutive in Copa América, alimentavano il paragone più pesante di tutti: quello con Diego Armando Maradona.

Messi era il genio che sembrava non riuscire a diventare eroe con la propria nazionale. Maradona, invece, era l’uomo che aveva trascinato l’Argentina sul tetto del mondo nel 1986. Due numeri 10, due epoche diverse, due personalità lontanissime. Eppure destinati per sempre a essere accostati.

Da “freddo” a eroe nazionale

Poi è cambiato tutto.

Nel 2021, a Rio de Janeiro, Messi ha finalmente sollevato la Copa América dopo la vittoria dell’Argentina sul Brasile. È crollato sul prato, in lacrime, liberandosi di un peso che sembrava diventato troppo grande. Era il primo grande trofeo conquistato con la Selección maggiore e, soprattutto, il momento in cui il rapporto con il suo Paese ha iniziato a cambiare definitivamente.

Un anno dopo è arrivato il capitolo che sembrava scritto dal destino: il Mondiale in Qatar. Argentina campione del mondo, Messi protagonista assoluto e finalmente con la Coppa tra le mani. Dopo decenni di paragoni, discussioni e confronti, la storia sembrava aver trovato la propria conclusione. Il ragazzo accusato di non essere abbastanza argentino era diventato il capitano che riportava la Coppa del Mondo a Buenos Aires.

Ed è proprio qui che il confronto con Maradona assume un significato diverso.

Messi e Maradona: due re, due Argentina

Maradona e Messi non sono uguali. E forse non lo saranno mai. Diego era istinto, rabbia, genio e ribellione. Messi è stato più silenzioso, quasi introverso, capace di parlare soprattutto attraverso il pallone. Maradona trascinava una squadra con la personalità di un leader assoluto; Messi lo ha fatto spesso con una giocata, un passaggio impossibile, un sinistro che sembrava disegnato dal destino.

Eppure entrambi hanno regalato all’Argentina ciò che il Paese chiedeva loro più di ogni altra cosa: un Mondiale.

Diego lo fece nel 1986, diventando il simbolo di una squadra trascinata dal suo numero 10. Leo ci è riuscito nel 2022, quattro anni dopo la morte di Maradona. Due Coppe del Mondo, due epoche, due leggende impossibili da separare. Messi ha conquistato anche due Copa América, mentre Maradona aveva vinto con l’Argentina il Mondiale del 1986 e il Mondiale Under 20 del 1979.

Il confronto, dunque, probabilmente non finirà mai. Perché Maradona appartiene al cuore e Messi appartiene alla memoria di una generazione intera. E dal 2022, in Argentina, non è più necessario scegliere.

L’ultimo ballo della Pulce

Contro il Benin, Messi ha scritto l’ultima pagina della sua storia con la Selección. Prima gli assist per Nicolás Otamendi e Nicolás Paz, poi il gol su rigore. Una firma, ancora una volta, nel momento in cui tutti guardavano lui. L’Argentina ha vinto 3-0 e il suo numero 10 ha potuto salutare il pubblico con una prestazione da protagonista.

Dopo il fischio finale, il Monumental non aveva più l’aspetto di uno stadio. Era diventato un gigantesco abbraccio. I tifosi hanno continuato a cantare il suo nome mentre Messi salutava, visibilmente emozionato. 208 presenze, 126 gol e 21 anni di storia: numeri che raccontano soltanto una parte di quello che è stato.

Perché Messi non è stato soltanto il capitano dell’Argentina. È stato il bambino di Rosario che ha lasciato casa per inseguire un sogno. È stato il ragazzo che ha pianto dopo le finali perse. È stato il campione accusato di non amare abbastanza la propria nazionale. È stato l’uomo che ha risposto nel modo più semplice possibile: continuando a giocare.

E alla fine ha vinto.

L’ultima immagine: Messi che saluta l’Argentina

Adesso il pallone continuerà a rotolare per Messi, ma non più con quella maglia addosso. Il suo contratto con l’Inter Miami prosegue fino al 2028, ma qualcosa è cambiato per sempre: non vedremo più la Pulce guidare l’Argentina in una partita ufficiale.

Forse è questo il dettaglio più difficile da accettare. Per una generazione intera, vedere il numero 10 dell’Argentina significava aspettare qualcosa di speciale. Un dribbling, un assist, un gol, una carezza al pallone. Come se ogni partita potesse diventare, all’improvviso, una pagina di storia.

Maradona aveva lasciato l’Argentina prima che il Paese potesse davvero salutarlo. Messi, invece, ha avuto il privilegio di scegliere il momento. Ha salutato da campione del mondo, da capitano e da eroe.

Il bambino di Rosario è diventato leggenda.

E se Maradona resterà per sempre Diego, Messi sarà per sempre Leo.

Due nomi soltanto. Due numeri 10. Due mondiali. Due modi diversi di essere argentini.

E una domanda che il calcio continuerà a farsi per sempre: chi è stato il più grande?

Forse la risposta migliore è quella che non serve trovare.

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