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Walter Baseggio, intervenuto a Radio Kiss Kiss Napoli, analizza il ruolo di De Bruyne, il rientro di McTominay e il problema degli infortuni legato ai troppi impegni stagionali.
Il professor Luigi Febbrari è intervenuto ai microfoni di Radio Kiss Kiss Napoli per affrontare uno dei temi più delicati del calcio moderno: il calendario sempre più fitto e le conseguenze che il numero crescente di partite può avere sulla salute e sul rendimento dei calciatori.
La posizione del professore è molto netta.
“Assolutamente. Stiamo superando il buon senso, perché non è possibile gestire”.
Febbrari richiama anche il caso di un calciatore che, in passato, aveva pubblicamente chiesto di giocare meno, arrivando a dire: “Pagatemi di meno, ma fatemi giocare di meno. Non ce la facciamo”.
Per spiegare il problema, Febbrari utilizza un paragone molto semplice.
“Ci sono delle macchine che hanno dei limiti. È come continuare sempre ad andare fuori giri, anche con una macchina. Può essere un calciatore allenato, ma poi ci sono dei limiti naturali. Non è concepibile”.
Secondo il professore, il problema nasce anche da un concetto che continua a essere sottovalutato: il recupero non deve essere considerato una semplice pausa.
È questo uno dei passaggi centrali del suo intervento.
“Finché non abbiamo capito che il recupero, non il riposo fine a se stesso, il recupero è un momento allenante”.
Febbrari sottolinea come l’organismo abbia bisogno di tempo per ripristinare tutte le proprie funzioni dopo uno sforzo.
“Come facciamo a ripristinare i nostri sistemi, sia metabolici, biomeccanici e quant’altro? Hanno bisogno di prendere i tempi”.
Per questo, secondo il professore, non è corretto concentrare tutte le responsabilità su preparatori e allenatori quando i giocatori sono costretti ad affrontare calendari sempre più compressi.
Il discorso si sposta poi sugli impegni ravvicinati tra club e Nazionali.
Viene portato l’esempio di una sequenza di quattro partite della Nazionale giocate tra venerdì, lunedì, venerdì e lunedì, seguite immediatamente dal ritorno ai club.
Il Napoli, nello stesso periodo, è chiamato ad affrontare nove partite in 29 giorni, praticamente una gara ogni tre giorni.
Febbrari non nasconde la propria preoccupazione davanti a una programmazione del genere.
Per affrontare seriamente il problema, secondo il professore bisognerebbe coinvolgere figure che conoscono direttamente le esigenze fisiche degli atleti.
“Ci vorrebbe una commissione lì, non di gente che sta dietro la scrivania, una commissione di un medico, di un fisiologo, un medico dello sport, un allenatore d’esperienza, uno o più, un preparatore d’esperienza, un fisioterapista, e mettersi nelle condizioni di ragionare”.
La critica riguarda soprattutto il peso crescente degli interessi economici.
“Se poi ti dicono: no, no, bisogna farlo perché la parte commerciale, allora non facciamo la commissione e mandiamo degli esperti in marketing. Però il discorso non torna”.
Febbrari pone interrogativi anche sulla moltiplicazione delle competizioni internazionali.
“La Nations League perché l’hanno fatta? A cosa serve?”
Il professore ammette di avere difficoltà a comprendere meccanismi legati principalmente agli interessi economici.
“Io poi non riesco ad entrare in questi meccanismi così sofisticati che riguardano il tornaconto, non ce la faccio”.
Il suo punto di vista resta quello di chi ha vissuto direttamente il lavoro quotidiano con gli atleti.
“Sono un animale da campo, un muscolare pedestre, che ha lavorato e vissuto per esperienza proprio a contatto con questi ragazzi”.
Febbrari affronta anche il tema dell’“allenamento occulto”, cioè tutto ciò che il calciatore fa fuori dalle ore trascorse con la squadra.
“Questo calciatore sta due o tre ore in campo comunque con la società e le altre venti ore cosa fa? La vita privata, per essere chiari. Come si comporta?”
Secondo il professore, le abitudini fuori dal campo possono certamente incidere sul rendimento.
“L’allenamento occulto è vero che può generare dei risultati controproducenti per un atleta di alto livello”.
Ma questo aspetto non può diventare una giustificazione per ignorare il problema principale.
Febbrari rifiuta quindi l’idea di scaricare sui calciatori tutta la responsabilità per infortuni e cali di rendimento.
“Dare la colpa esclusivamente quando vediamo i ritmi che vengono sostenuti nei vari tornei, quello che hanno fatto anche a giugno, per me, è una cosa eccezionale”.
Il messaggio finale è chiaro: il fisico di un atleta, per quanto preparato, resta soggetto a limiti naturali. Senza tempi adeguati di recupero, aumentare continuamente il numero di partite rischia di rendere sempre più difficile tutelare la salute e il rendimento dei giocatori.
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