Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Napoli, svela il sistema utilizzato da un’organizzazione camorristica per gestire il traffico di droga dal carcere. L’inchiesta ha portato a nove arresti per traffico di stupefacenti e attività legate alla camorra in diversi istituti penitenziari italiani.
Le indagini hanno ricostruito anche grazie al contributo di un collaboratore di giustizia, Emanuele De Pasquale, il funzionamento della rete criminale.
Secondo quanto spiegato dal procuratore Nicola Gratteri e dal capo della Dda Sergio Amato, alcuni esponenti dei clan napoletani avrebbero continuato a impartire ordini dalle celle. Tra i gruppi citati figurano i Mazzarella, i Licciardi, i Troncone e i Gionta.
Il sistema avrebbe collegato le carceri di Opera, gli istituti napoletani e i padiglioni di Siracusa. Anche durante la detenzione, i vertici criminali avrebbero così mantenuto i contatti con l’esterno e organizzato i traffici illeciti.
«Un’organizzazione camorristica è stata in grado, all’interno del carcere, di costruire un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti», ha dichiarato Gratteri.
Gli investigatori hanno monitorato diversi telefoni utilizzati all’interno delle carceri. Le intercettazioni hanno permesso di ricostruire le modalità con cui i detenuti comunicavano con l’esterno e impartivano direttive.
In alcuni casi, secondo il procuratore, i membri dell’organizzazione partecipavano a vere e proprie riunioni in streaming. Durante i collegamenti discutevano le quantità di droga da acquistare, i canali di approvvigionamento e i luoghi in cui venderla.
Le comunicazioni avrebbero quindi consentito ai gruppi criminali di coordinare le attività illecite anche a distanza, nonostante la detenzione dei loro esponenti.
Tra i dettagli più significativi raccontati da Gratteri c’è il metodo utilizzato per introdurre droga, armi e telefoni cellulari negli istituti penitenziari.
«Hanno utilizzato reti da pesca», ha spiegato il procuratore, descrivendo un sistema che permetteva di calare dall’alto materiali destinati ai detenuti.
Secondo quanto riferito da Gratteri, i responsabili utilizzavano anche droni, capaci di raggiungere altezze di diverse centinaia di metri. Attraverso le reti da pesca e i relativi fili, facevano poi scendere gli oggetti all’interno del carcere.
Il sistema consentiva di introdurre anche mezzo chilo di cocaina, oltre a pistole e telefoni cellulari. In alcuni casi, ha raccontato il procuratore, arrivavano contemporaneamente cinque o sei cellulari.
L’inchiesta ha così ricostruito le modalità con cui i clan avrebbero mantenuto il controllo delle attività criminali anche dietro le sbarre. Le comunicazioni con l’esterno e i metodi utilizzati per introdurre materiali illeciti avrebbero permesso all’organizzazione di proseguire i propri affari nonostante la detenzione dei suoi esponenti.
Ultimissime | Cronaca
Ultimissime | Cronaca
Ultimissime | Cronaca
Ultimissime | Cronaca
Primo Piano | Cronaca, Tecnologia